di Marta Casadei

Diana Vreeland, storica direttrice di Vogue America, definì il bikini «la cosa più importante dopo la bomba atomica». Un’iperbole perfetta per fotografare la forza dirompente (e anche distruttiva, se si guarda ad alcuni tabù) con cui il costume a due pezzi debuttò ormai più di 70 anni fa, cambiando radicalmente l’abbigliamento da spiaggia e avviando, contemporaneamente, una rivoluzione sociale.

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Tra gli obiettivi delle aziende – da quelle che sviluppano le fibre e i filati fino a quelle che producono tessuti e, infine, confezionano i prodotti – c’è la vittoria di una battaglia importante, quella della sostenibilità. In prima linea c’è Aquafil, fondata nel 1965 e da fine 2017 quotata nel segmento Star di Borsa Italiana. Tra i prodotti Aquafil, che ha un’intera divisione focalizzata sulla produzione di fibre per abbigliamento e sport, c’è ECONYL®, un filo di “nylon 6” 100% rigenerato da rifiuti (reti da pesca, per esempio) e 100% rigenerabile, creato con un sistema brevettato. «ECONYL® è nato come una sfida – spiega Giulio Bonazzi, presidente di Aquafil – e oggi è sostenibile, infinito nelle possibilità di rigenerazione e anche senza limiti in termini di utilizzo creativo. Penso che oggi la sostenibilità sia la sfida più importante per il settore. Per esempio, dovremmo focalizzarci sulla logistica inversa e su come riportare in azienda prodotti usati per rigenerare il filo».

Il prodotto è già molto impiegato: ultima in ordine cronologico è la collezione di beachwear Stella Mc Cartney, in licenza all’italiana Isa Spa. La linea è realizzata per il 45% con materiali sostenibili, tra cui spiccano ECONYL® e il nylon riciclato.

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